martedì 20 gennaio 2009

Manchay_15_01_09

Manchay, 15 gennaio 2009

Una cosa che mi colpisce sempre molto è che la medesima immagine può essere guardata con occhi, interpretazioni e visioni assai differenti tra loro. La domanda che ho è se questa cosa è sempre giusta. Intendo dire che la varietà e la differenza degli approcci è sicuramente una ricchezza, ma che non mi sembra corretto che l’approccio diventi selezione, che la prospettiva diventi parzialità e che l’obiettivo della macchina fotografica finisca per essere il sipario di un palcoscenico che accettiamo che altri calino su alcune realtà.

L’altro giorno stavo in Plaza des Armas, tra la Cattedrale e il Palazzo del Governo, osservando, come tutti i turisti intorno a me, il cambio della guardia. Sinceramente ho osservato poco il cambio della guardia! Sono fatta un po’ così e mi sono fatta distrarre dai gruppi umani diversi che componevano il puzzle della piazza. Un gruppo di conferenzieri nord americani, turisti giapponesi con classiche macchine fotografiche, gruppi di suore, coppie di turisti europei, militari armati, taxisti, e un po’ di venditori sparsi. Ad un certo punto una signora, peruviana, sulla cinquantina e un po’ trasandata ha cominciato a urlare come una matta, in mezzo ai turisti che osservavano il cambio al di là della cancellata del Palazzo del Governo. Io mi sono messa a ridere perché ho trovato divertente lo scompiglio che un singolo essere umano con uno strumento semplice come la voce riesca a creare in un quadro di ordine apparente. Se fosse stato un bambino la mamma avrebbe cercato di calmarlo e le persone intorno si sarebbero atteggiate in una sorta di accoglienza velata sorridente e comprensiva di questo gioco, di questo momento di libertà, di questo urlo incomprensibile ai più, ma comunque accettato. Invece non era un bambino: era una signora totalmente indifesa, forse un po’ contrariata –come me del resto- del contrasto evidente tra le macchine fotografiche e i vestiti dei turisti e la povertà che neppure troppo si cela dietro il primo vicolo, o forse, come me, quella mattina la signora aveva preso una combi da Manchay e si ritrovava in Piazza tra i buffi commenti degli stranieri e la cosa le appariva un po’ ingiusta. Non lo so chi era, so solo che con quell’urlo ha espresso anche i miei di sentimenti, ma purtroppo in un minuto si è trovata circondata da militari armati che dolcemente, ma senza appello, la hanno allontanata dalla piazza. Perché quando diventiamo grandi non possiamo più urlare? Perché ciò che non comprendiamo ci fa paura e ci pone in un atteggiamento di difesa anche eccessivo?

Mi manca la possibilità di urlare ogni tanto.

Sono tornata da Lima. In combi ci vogliono un paio di ore anche se credo che non siano più di 30-40 kilometri. Mi sono lasciata La Molina alle spalle, il verde, le ville. E sono arrivata a Manchay, tra la sabbia e i ripari – che faccio fatica a chiamare case – di legno, canne, paglia, latta e qualche mattone qua e la’. Sono arrivata a Manchay e mi sono sentita a casa. A Manchay non ci sono le strade, nel senso comune di strada che siamo abituati a percorrere, però ci sono le macchine e i camion e le combi e tricitaxi. A Manchay non ci sono molte attività: è un po’ un dormitorio perché la gente di giorno va a Lima a lavorare, se ha un lavoro, però ci sono i telefoni, i cellulari, alcune televisioni. A Manchay bruciano i rifiuti per strada, quasi tutte le sere, indistintamente dalla tipologia di rifiuto, e l’aria si riempie di un forte odore di fumo, di plastica che si scioglie, di carta e la gente ci cammina accanto, i bambini giocano e i telefoni suonano. A Manchay c’è sempre qualcuno che strilla che sta vendendo qualcosa e c’è sempre musica, che esce da un auto, da un negozietto, da un baracchino. Il momento che più mi affascina è quando cala il sole, verso le 18.30 e si accendono le luci. Allora sì, sorridendo ammiro la casualità della distribuzione urbana, cui è seguita l’istallazione dell’illuminazione pubblica: gruppi di lampioni, qua e là a segnare strade che non sono strade, ad illuminare gli usci di case che non hanno porte, ad indicare che una meta c’è sempre, che la luce regala prospettive e che gli occhi non smettono mai di cercare. E quindi ripenso a chi un giorno mi ha insegnato che ciò che per molti è un problema per tanti altri è una soluzione, l’unica soluzione. E continuo a essere convinta che Gandhi ha espresso una grande verità, non facile da accettare, quando ha dichiarato che “la civiltà, nel vero senso delle parola, non consiste nel moltiplicare le necessità, ma nel limitarle volontariamente”. Così sto cercando di vivere e di capire se è possibile farlo tra i contrasti del mondo che qui si notano di più. Ciao Cami.

1 commento:

Unknown ha detto...

Ah Cami che belle riflessioni... Grazie di condividerle. Un abbraccio forte, Alexandra