mercoledì 25 marzo 2009

Manchay 24 marzo 09

Capita sempre che – ad un certo punto – ti innamori. Ti innamori degli odori, delle immagini, degli scorci, delle assurdità. Perché l’amore è l’occhio che dà ordine a ciò che fino a ieri ti sembrava assurdo. L’amore è la musica nel silenzio. E ti viene voglia di ballare, di correre, di ridere. Ballare annulla le frontiere. Quale incredibile invenzione la musica. Rende tutti più uguali. Non ha bisogno di traduzioni. Anche le persone che vivono per strada, quasi inconsciamente, se sentono della musica, si mettono a seguire dolcemente il ritmo con movimenti lievi del corpo. Anche se hanno fame.
Se i miei interventi avessero un titolo, questo si chiamerebbe “las escaleras de la solidariedad”. Le scale della solidarietà sono gialle; gialle come il sole e gialle come la sabbia di questo enorme deserto, che non è solo un deserto di dune. I gradini sono tutti diversi, uno dall’altro, sono piccoli, ma funzionali per portarti in alto. Un unico grande gradino non servirebbe a molto e la diversità non stona. Chi li sale non corre il rischio di annoiarsi e percorre dislivelli come fossero piani; chi li scende non scivola e non rotola, ma danza. La danza delle scale della solidarietà.
Le scale sono un po’ come la musica: sono un codice, uno strumento per avvicinare, per unire, per far diventare una montagna valicabile e un’emozione trasferibile.
Mentre sali i gradini di questa scalinata incontri un sacco di gente, alcuni tratti li fai in compagnia, altri no. E così una mattina alle 5 ti trovi a percorrere le strade ancora buie e deserte di Lima su una grande macchina che lascia una scia un po’ magica: la scia del profumo del pane fresco. E al volante c’è una signora un po’ bassa, un po’ stravagante che deve mettersi in punta di piedi per vedere fuori dal vetro e anche per cantare più forte, per cantare tutta la paura e chiamare a sé tutto il coraggio di cui c’è bisogno nel tragitto che sta facendo. Luz Maria da otto anni tutti i giovedì mattina esce per le strade di Lima e le percorre in macchina seguendo un itinerario che nessun GPS ha mai tracciato, ma che forse sarebbe utile disegnare su una mappa per i posteri.
A dire la verità, lei ha chiaro chi lo ha disegnato questo itinerario. E tutte le persone che la stanno aspettando anche: hanno chiaro che sta arrivando un sacchetto di pane e un bicchiere di latte caldo e avena per tutti. Percorrendo il lungo mare di Lima in direzione Miraflores nell’umidità e nel buio di un’alba che ancora riposa pensi di essere in un quadro romantico che ti cattura, forse aiutato dalla musica, dal sonno, dal profumo, dai tuoi compagni di viaggio silenziosi, fino a che il clacson comincia a suonare forte, ripetutamente, in un luogo apparentemente vuoto, tra la strada asfaltata e i sassi poco ospitali del tratto che separa l’oceano dalla città. Scendi dalla macchina e cominci a urlare e cosa urli se non che è pronta la colazione? E iniziano ad arrivare, dal nulla della nebbia, da sotto i cartelloni, da sotto le macchine, dalle pietre che evidentemente nascondono un mondo che non si vede. Arrivano e hanno fame, un po’ di sonno, alcuni sono ubriachi, altri ti danno la mano, qualcuno ti dà un abbraccio che ti permette di sentire tutto il vissuto della strada, della fatica, della miseria. Arrivano e sono uomini, donne, bambini. Arrivano e ci sono anche dei bambini, ci sono tanti bambini, alcuni sono solo gruppi di bambini. E la strada è la loro mamma. Ma “mamma” è per definizione una parola dolce; come è possibile che questa mamma sia fatta di asfalto?
Ti ringraziano e si disperdono a raggiera, così come sono arrivati. Tornano dietro ai sassi, sotto ai cartoni, vicino all’Oceano. Gracias; gracias a Dios. La macchina riparte e percorre un altro pezzo di strada e arriva in un centro città che non sembra quello dell’angolo che hai appena girato, non sembra nessun centro città visto prima, perché non sembra possibile al cuore che possa esistere quel centro città e non sembra possibile agli occhi vedere 20 ragazzini che escono da uno stanzone di cemento la cui porta, minuscola, si confonde tra le pareti che cadono a pezzi alle spalle di chi, seduto per strada, vende un pacchetto di caramelle. Anche il profumo del pane se ne va, perché tutti gli altri odori sono troppo forti, acri, invadenti. Qualche giorno dopo ti sembra ancora di sentirli; gli odori della fame e di chi viene dimenticato. E’ un modo per esistere. Quante fermate quella mattina. Quante fermate tutti i giovedì mattina. E la luce del giorno, Luz Maria, comincia ad attraversare le strade insieme a te e al traffico che aumenta. Ma loro, quelli che sanno, sono al punto giusto, al momento giusto. Sul bordo della strada, aspettano. Sono gli unici puntuali in un popolo che culturalmente non è abituato alla puntualità. Forse sono puntuali come la fame o forse non vogliono mancarti di rispetto. Vorrei descrivere i loro volti, ad uno ad uno, dire la loro età, chiamare i loro nomi, sapere dove hanno dormito questa notte e se hanno fatto colazione lunedì, martedì, mercoledì, venerdì, sabato e domenica. E la città intorno si muove, mentre seguo questa carovana di gesti: scendere dalla macchina, salutare, consegnare due, tre, quattro panini, aspettare che qualcuno dei miei compagni consegni un bicchiere e qualcun altro lo riempia di avena e controllare che qualcuno non sia ancora addormentato sotto un cartone o sotto un caretto, sorridere, stringere qualche mano e congedarsi, salire in macchina, guardare fuori dal finestrino e aspettare la prossima fermata, la prossima chiamata che è profondamente diversa da quella prima e da tutte le altre, perché non assomiglia a nulla di banale come dire che ad ogni consegna ci sono dei poveri ad attendere.
Proprio non ci riesco a raccontare, mi dispiace. A spiegare cosa si prova a tenere in braccio un bimbo di due anni mentre la mamma recupera i panini dai miei compagni di viaggio e realizzare che è nato sulla strada, ha vissuto sulla strada, ha dormito sulla strada, ha incontrato qualcuno sulla strada che gli ha dato da mangiare, qualcuno che lo ha tenuto in braccio, qualcuno che gli ha fatto una carezza. Non riesco a dire che, per fortuna, ogni tanto, nella solidarietà c’è un po’ di follia, che non è altro che l’altra medaglia della paura o del coraggio. Perché senza questa follia non esisterebbe neppure questo tragitto; il tragitto di Luz Maria, di ogni giovedì mattina, il tragitto di questo migliaio di panini, il tragitto dei gradini delle scale della solidarietà.

lunedì 9 marzo 2009

Manchay 08 marzo 09

Ho imparato che passandosi i polpastrelli delle dita nei capelli escono le microscopiche spine del fico d’india. C’è sempre un rimedio un po’ magico a tutto da queste parti; un po’ magico, un po’ vero; che porta dentro di sé tutta la storia non scritta di persone che arrivano da luoghi dove questi rimedi erano il quotidiano. E allora provo a percorrere con la testa, con la fantasia e con le immagini il susseguirsi di questi piccoli segreti che volano insieme alla sabbia di Manchay fino a giungere ai miei occhi increduli mentre osservano il polpastrello dell’indice che da un quarto d’ora stavo cercando di salvare con la pinzetta e che ora, con una passata nei capelli, si è trovato istantaneamente libero da tanti piccoli dolori.

E’ sempre incredibile come le cose si capiscano fino in fondo solo vivendole, solo lasciando che attraversino i nostri sensi, i nostri occhi, le nostre orecchie, la nostra pelle, il nostro naso, le nostre labbra, fino a raggiungere l’anima. Come spiegare se no il freddo, il caldo, il sole, il salato, il rumore, il silenzio, la musica, i sapori, gli odori; come raccontare a parole i colori, le sfumature, la povertà? E’ già difficile essere spettatori tutti i giorni di qualcosa che si desidererebbe che non esistesse, come riuscire a raccontarlo? Di più: come modificarlo?

Anche se i tempi scala sono molto diversi tra loro, è indispensabile riflettere sulla sostenibilità di uno scenario, ovvero su come un’azione che pretende di dilagarsi possa, insieme ad altre condizioni, condurre a localizzazioni limitate di risorse che si riflettono in ampi e di più lunga durata depauperamenti delle stesse. Del resto la semplicità del termine ‘sostenibilità’ si nasconde dietro ad un unico messaggio: dobbiamo chiudere la porta lasciando la bellezza che abbiamo trovato quando siamo entrati…o un pochino di più. Se abbiamo trovato un fiume ricco di acqua pulita non vedo perché sporcarlo e se abbiamo incontrato una persona triste non vedo perché non regalarle un gesto d’affetto.

E invece abbiamo creato i confini di proprietà della responsabilità: il nostro raggio di azione è spesso l’unico involucro del nostro agire etico e ciò che lascia questo spazio, come per magia, non ci preoccupa più, come se il mezzo di allontanamento diventasse una nuova fonte e non fossimo più noi la sorgente. Certo è più facile accorgersene quando il tubo che porta via l’acqua del lavandino è sostituito da una tanica che ad un certo punto devi svuotare in giardino. Perché se ti dimentichi di svuotarla rimani tu la sorgente e lei straripa sui tuoi piedi mentre lavi i piatti.

A Manchay succedono delle cose incredibili tutti i giorni; ogni giorno è una stagione forse perché le persone che qui non parlano molto si inventano modi diversi di comunicare, di esistere, di essere. Cosa avranno pensato la prima volta che, arrivando qui, hanno trovato tutta questa sabbia? Io cosa ho pensato? Forse ho solo visto 60.000 persone che vivono al ritmo giusto affinché la sabbia non si depositi troppo, ma che lo stesso entra nei polmoni e li fa un po’ più rumorosi.

Le malattie infantili con maggior incidenza a Manchay sono quelle respiratorie. Ogni tanto si scorge una ciminiera che prima non avevi visto dalla quale esce un bel fumo nero e ognuno ha la sua teoria su cosa possa essere. Hanno la propria teoria anche quelli che ci vivono accanto e quelli che ci lavorano dentro. Perché qui spesso accade che sia più facile formulare una teoria che ottenere una risposta. A Manchay può capitare che manchino le prime 39 pagine di un libro che la biblioteca ti presta e che il termine per la restituzione sia quando hai finito di leggerlo. Sarebbe sostenibile restituirlo con le prime 39 pagine, se il senso di responsabilità di chi le ha tolte non si fosse fermato all’istante dell’azione.

Le emozioni e i pensieri si stratificano anziché amalgamarsi e quindi succede che le scale delle priorità spesso si modificano, passando da una visione del tempo circolare ad una più schematica di una retta. I valori però no: quelli non si modificano, perché non variano a seconda del sistema di riferimento; sono delle costanti, dei numeri primi, dei termini assoluti.

A Manchay, per andare da Collanac al paradero diez ci sono circa due chilometri e mezzo. Non posso dire che sia l’unica strada, perché tre settimane fa ne hanno inaugurata un’altra di circa 500 metri, ma sicuramente posso dire che è la principale: la Panamericana di Manchay. Dal mercato alle giostre temporanee si susseguono due cunette, di quelle fatte per rallentare il traffico, un fosso, di quelli che nascono misteriosamente solo su un lato della strada e altre due cunette, più strette e più alte delle prime. Se è tardi o se sei stanco o se hai fretta puoi prendere una combi che per 50 centesimi di sol ti porta da Collanac al paradero o viceversa. Se sei stanco va bene, se è tardi relativamente anche, se hai fretta no. Perché la combi ti carica, parte, fa 15 metri e poi qualcuno le urla che ne è passata un’altra da poco e quindi lei rallenta, rallenta, rallenta, fino quasi a fermarsi, per un tempo che anch’esso non ha sistema di riferimento, se non quello di immaginarsi dove sarà la combi che è appena passata, quanti passeggeri avrà caricato e quanti nel frattempo se ne saranno già formati al bordo della strada. Da Collanac al paradero diez, quindi, possono essere 5 minuti o 20 minuti, ma i chilometri restano gli stessi e la strada non è occupata da altre macchine e la combi resta un po’in bilico sulla cunetta più alta, quella per rallentare il traffico e lasciare che i tricitaxi ti superino. Se invece la comunicazione non arriva, anche la cunetta viene saltata, nel senso che, con un agile slalom, l’autista esce dalla Panamericana di Manchay e fa 20 metri a lato, nella sabbia di Manchay, per poi rientrare in assetto, superata la cunetta. Del resto anche i tedeschi dovrebbero fare così, visto che le cunette le chiamano “vigili sdraiati”. Forse questa informazione linguistica è giunta fino qui un po’come i segreti e i rimedi che puliscono i polpastrelli.

Mi crescerà un fico d’india nei capelli adesso? O forse perché succeda gli dovrei cantare una nenia in Quechua?

Cami

martedì 27 gennaio 2009

Manchay_ 25 gennaio 2009

Per giocare a carte bisogna essere in due, alternativamente è necessario conoscere dei solitari. Mia nonna, quando era sola, faceva sempre i solitari. C’era sempre un solitario iniziato sulla tavola. E un po’ di mozziconi di sigarette nel posacenere, i ferri infilati in un gomitolo, a volte l’uncinetto e quel suo profumo di anzianità, di saggezza, di purezza, della lieve mano di rossetto che non deve mancare mai se si esce di casa. Ognuno sviluppa un suo proprio modo di essere elegante ed essere elegante è una forma di rispetto e di amore nei confronti degli altri e del mondo.
Lima produce ogni giorno 13 mila tonnellate di rifiuti solidi urbani. Considerando una popolazione di 8 milioni di abitanti sono circa 1.625 chilogrammi di produzione pro capite al giorno. Non è un dato molto differente dalle medie di produzione dei paesi europei. Sarebbe interessante, però, fare anche un confronto di tipo volumetrico, perché la plastica pesa poco, ma occupa tanto! Ma soprattutto bisognerebbe mettere a confronto le immagini del destino di questi rifiuti, le politiche di gestione, il grado di consapevolezza e di sensibilizzazione, le infrastrutture presenti, le possibilità esistenti. Lima produce giornalmente 13 mila tonnellate di rifiuti e non vi è una strategia nota, strutturata, scientifica, per lo smaltimento di questi rifiuti. E’ un numero grande. Io faccio fatica a immaginarmelo, in termini di camion, spazio, roghi, fumo, buche nel terreno, chiatte che partono per l’oceano. Perché produce così tanti rifiuti? Perché anche Lima prova a vivere come tutto il resto del mondo prova a vivere. Perché anche Lima ha voglia di festa, di computer, di cellulari, di bevande in lattina, in plastica, in vetro, perché il latte non si ricarica in un’unica bottiglia, perché tutte le volte che vai al supermercato torni a casa con un numero di sacchetti di plastica proporzionalmente alto rispetto al numero di prodotti acquistati, perché ai bambini piacciono le caramelle, perché a qualcuno piace avere tante paia di scarpe, tanti vestiti diversi da sfoggiare, profumi, cosmetici, occhiali, macchine; perché i mercati di artigianato devono strabordare di oggetti per i turisti, perché ogni impresa deve avere i suoi gadget di riconoscimento, le sue centinaia di portachiavi, di adesivi, di spille, perché ognuno vuole il proprio logo, perché in fondo vi è un bisogno di identità e di esistenza duro da trovare nel caos dell’eccesso di produzione. E allora si produce ancora di più. Perché un paese che produce è un paese sviluppato, perché prima o poi la produzione si trasforma in strade, in acquedotti, in fognature, in censimenti, in acqua potabile, in vestiti per tutti, in comunicazioni veloci e in rifiuti. Prima o poi questo sviluppo porta a distribuire omogeneamente sulla società la produzione pro capite di rifiuto solido urbano giornaliera. E a quel punto, chi più chi meno, tutti possono permettersi di buttare un panino in eccesso un po’ troppo secco, un paio di scarpe un po’ rovinato, il gioco che al bambino non piace più, il vasetto vuoto della marmellata; ognuno può permettersi di infilare in un cassetto il cellulare vecchio perché ha comprato quello appena uscito, di cambiare la macchina, perché il colore non gli piace più, di fare un regalo costoso ad un amico in segno del proprio affetto, senza dedicare un tempo neppure ad impacchettarlo, perché ormai lo fanno quasi tutti i negozi. Ma è proprio vero che questo stile ci rende più comodi, più felici, più tranquilli, soddisfatti, appagati? Quanti di noi si fanno carico, ogni giorno, di quel chilo e mezzo di rifiuti? Quanti di noi pensano a quando scartano, a quando buttano, a quando il tubetto del dentifricio è ancora un po’ pieno, ma si fa fatica ad arrotolarlo o addirittura tagliarlo? Trovo buffo che questo atteggiamento in generale sia una delle cose più trasversali nel mondo, indipendente dalla povertà e dalla ricchezza. È come se più o meno consapevolmente l’obiettivo del nostro sviluppo fosse quello di far produrre a tutti equamente quel chilo e mezzo di rifiuti! Chi si preoccupa che nel cammino verso questo obiettivo c’ è ancora chi non è stato neppure censito e non esiste per la società. Chi si preoccupa se non c’è l’acqua potabile che esce dal rubinetto, ma c’è ad ogni dove un venditore di acqua in bottiglia, di gassosa di ogni genere? Che fa diventare le pance gonfie e chiede la produzione di vestiti taglie forti? Chi si chiede dove finiscono i vasetti della marmellata che una volta erano un bene prezioso, da conservare? E’ tutta un’arte. I computer servono per scaricare film che, venduti, possono essere visti anche dai poveri, che però hanno bisogno di un computer per vederli. Ciascuno può trovare il suo modo creativo per produrre un chilo e mezzo di rifiuto povero o ricco. Impegnativo però crescere bene a base di riso e patate. Impegnativo, nonna, anche trovare la propria eleganza, quella che - come nella poesia che dona un sorriso - a volte costituisce la luce più forte. Sei miliardi di persone per un chilo e mezzo di rifiuti fanno – credo – 9 milioni e 750 mila tonnellate di rifiuti prodotti ogni giorno sulla terra. Non è poca la differenza se ne produciamo mezzo chilo in meno tutti i giorni a testa; se magari insieme risparmiamo anche una ventina di litri d’acqua (basta tirare l’acqua del water due o tre volte in meno al giorno) facciamo un cambio di dimensioni considerevoli. Questo può essere interessante dell’essere in tanti: sei miliardi che risparmiano fanno il mondo più elegante e il sorriso si vede anche senza il rossetto.

martedì 20 gennaio 2009

Manchay_15_01_09

Manchay, 15 gennaio 2009

Una cosa che mi colpisce sempre molto è che la medesima immagine può essere guardata con occhi, interpretazioni e visioni assai differenti tra loro. La domanda che ho è se questa cosa è sempre giusta. Intendo dire che la varietà e la differenza degli approcci è sicuramente una ricchezza, ma che non mi sembra corretto che l’approccio diventi selezione, che la prospettiva diventi parzialità e che l’obiettivo della macchina fotografica finisca per essere il sipario di un palcoscenico che accettiamo che altri calino su alcune realtà.

L’altro giorno stavo in Plaza des Armas, tra la Cattedrale e il Palazzo del Governo, osservando, come tutti i turisti intorno a me, il cambio della guardia. Sinceramente ho osservato poco il cambio della guardia! Sono fatta un po’ così e mi sono fatta distrarre dai gruppi umani diversi che componevano il puzzle della piazza. Un gruppo di conferenzieri nord americani, turisti giapponesi con classiche macchine fotografiche, gruppi di suore, coppie di turisti europei, militari armati, taxisti, e un po’ di venditori sparsi. Ad un certo punto una signora, peruviana, sulla cinquantina e un po’ trasandata ha cominciato a urlare come una matta, in mezzo ai turisti che osservavano il cambio al di là della cancellata del Palazzo del Governo. Io mi sono messa a ridere perché ho trovato divertente lo scompiglio che un singolo essere umano con uno strumento semplice come la voce riesca a creare in un quadro di ordine apparente. Se fosse stato un bambino la mamma avrebbe cercato di calmarlo e le persone intorno si sarebbero atteggiate in una sorta di accoglienza velata sorridente e comprensiva di questo gioco, di questo momento di libertà, di questo urlo incomprensibile ai più, ma comunque accettato. Invece non era un bambino: era una signora totalmente indifesa, forse un po’ contrariata –come me del resto- del contrasto evidente tra le macchine fotografiche e i vestiti dei turisti e la povertà che neppure troppo si cela dietro il primo vicolo, o forse, come me, quella mattina la signora aveva preso una combi da Manchay e si ritrovava in Piazza tra i buffi commenti degli stranieri e la cosa le appariva un po’ ingiusta. Non lo so chi era, so solo che con quell’urlo ha espresso anche i miei di sentimenti, ma purtroppo in un minuto si è trovata circondata da militari armati che dolcemente, ma senza appello, la hanno allontanata dalla piazza. Perché quando diventiamo grandi non possiamo più urlare? Perché ciò che non comprendiamo ci fa paura e ci pone in un atteggiamento di difesa anche eccessivo?

Mi manca la possibilità di urlare ogni tanto.

Sono tornata da Lima. In combi ci vogliono un paio di ore anche se credo che non siano più di 30-40 kilometri. Mi sono lasciata La Molina alle spalle, il verde, le ville. E sono arrivata a Manchay, tra la sabbia e i ripari – che faccio fatica a chiamare case – di legno, canne, paglia, latta e qualche mattone qua e la’. Sono arrivata a Manchay e mi sono sentita a casa. A Manchay non ci sono le strade, nel senso comune di strada che siamo abituati a percorrere, però ci sono le macchine e i camion e le combi e tricitaxi. A Manchay non ci sono molte attività: è un po’ un dormitorio perché la gente di giorno va a Lima a lavorare, se ha un lavoro, però ci sono i telefoni, i cellulari, alcune televisioni. A Manchay bruciano i rifiuti per strada, quasi tutte le sere, indistintamente dalla tipologia di rifiuto, e l’aria si riempie di un forte odore di fumo, di plastica che si scioglie, di carta e la gente ci cammina accanto, i bambini giocano e i telefoni suonano. A Manchay c’è sempre qualcuno che strilla che sta vendendo qualcosa e c’è sempre musica, che esce da un auto, da un negozietto, da un baracchino. Il momento che più mi affascina è quando cala il sole, verso le 18.30 e si accendono le luci. Allora sì, sorridendo ammiro la casualità della distribuzione urbana, cui è seguita l’istallazione dell’illuminazione pubblica: gruppi di lampioni, qua e là a segnare strade che non sono strade, ad illuminare gli usci di case che non hanno porte, ad indicare che una meta c’è sempre, che la luce regala prospettive e che gli occhi non smettono mai di cercare. E quindi ripenso a chi un giorno mi ha insegnato che ciò che per molti è un problema per tanti altri è una soluzione, l’unica soluzione. E continuo a essere convinta che Gandhi ha espresso una grande verità, non facile da accettare, quando ha dichiarato che “la civiltà, nel vero senso delle parola, non consiste nel moltiplicare le necessità, ma nel limitarle volontariamente”. Così sto cercando di vivere e di capire se è possibile farlo tra i contrasti del mondo che qui si notano di più. Ciao Cami.

venerdì 9 gennaio 2009

Manchay, 8 gennaio 2009

Attualmente L’Istituto Tecnologico Juan Pablo II sito in Manchay (Lima) produce 3-6 m3/d di acqua reflua che vengono convogliati ad una fossa settica composta di 2 comparti con una capacità di 26.92 m3. Dall’ultima vasca della fossa, ogni sabato, pompano una quantità di acqua ancora non ben definita (midad tanque) ed irrigano i fiori dell’Istituto.

Da uno studio precedentemente fatto, si sono valutati i seguenti due valori attesi dell’acqua reflua in ingresso alla fossa settica:
- 200 mg/l BOD5
- 106 CF/100ml
L’Istituto ha una popolazione diaria di 200 studenti. E’ previsto un aumento del numero delle frequenze fino a 1000.

L’approvvigionamento idrico viene fatto tramite camion che rovesciano acqua (prelevata dalle acque sotterranee del vicino bacino del Pachacamac) in una vasca di circa 20 m3 costruita in cemento, vicino all’Istituto, un po’ sopraelevata per assicurare - per gravità – l’acqua ai vari edifici dell’Istituto.

Gli usi primari dell’acqua sono costituiti dai bagni (water e lavandini) e dalle attività relative al laboratorio di pasticceria.

Sono in attesa di una lista dei più comuni detergenti utilizzati nell’Istituto.

Faccio presente che, come in molti luoghi dell’America Latina, la carta igienica non viene mai gettata nel water; non costituisce pertanto massa che poi si ritrova nella fossa settica.

Dietro all’Istituto c’è una collina che arriva ad un massimo di 60 metri di dislivello a partire dal livello dell’Istituto stesso (460 m slm).

Obiettivo finale del progetto è piantare questa collina con alberi, piante e fiori caratterizzati da un basso fabbisogno idrico e tipici di questa zona (autoctone). Argomento questo da approfondire con esperti.

Mezzo per raggiungere questo obiettivo è assicurare un contributo di acqua necessario al mantenimento di queste piante. L’acqua deve provenire dalla depurazione delle acque reflue dell’Istituto.

In questa primissima fase di valutazione (totalmente provvisoria e povera di informazioni), vedo due possibilità e cerco di mettere in luce i pro e i contro:
1) pompaggio dell’acqua in uscita dalla fossa settica in cima alla collina e costruzione di 1 o 2 (in serie) vasche di fitodepurazione a flusso sub-superficiale orizzontale e seguente irrigazione per gravità della collina tramite un sistema di tubi forati (goccia a goccia). Installazione piante e riempimento di terriccio e humus.
2) Ampliamento della fossa settica con altri setti/scomparti per ottimizzare il processo di depurazione nel medesimo luogo (tipo ABR) e seguente pompaggio dell’acqua alla collina sempre poi con distribuzione goccia a goccia tramite tubi forati.

In ambedue i casi percepisco un problema legato al dimensionamento: è prevedibile che triplichi nei prossimi anni la quantità di acqua da trattare. (domanda aperta?)

Nel caso 1) vedo “problemi” legati a:
- fattori temporali: costruzione vasca, messa in opera, crescita piante.
- Trasporto acqua ancora contaminata in cima alla collina
- Necessità di arrivare fino in cima alla collina e da lì irrigare verso il basso
Per contro, il caso 2) sarebbe di più rapida installazione, permetterebbe di depurare l’acqua nello stesso luogo e soprattutto permetterebbe di avanzare per moduli: si può pompare l’acqua coprendo dislivelli inferiori (20 m circa) e cominciare già ad utilizzarla.
In questo modo anche la fase pilota di analisi delle acque e conseguente ottenimento di risposte adeguate (rispetto ai limiti, ai valori di inquinamento organico, alla risposta delle piante) sarebbe più rapida e permetterebbe poi di ampliare il modulo all’intera collina.

Proseguo domani con questi due aspetti:
- istallazione rete acquedottistica e fognaria nell’area di Manchay per conto della ditta ABENGOA
- utilizzo dei fanghi della fossa settica per compostaggio
- gestione rifuti

giovedì 8 gennaio 2009

Manchay_06_01_09

Manchay, 6 gennaio 2009

Ciao amici!

E' ben strano questo mondo. La sera verso le 19 compaiono degli schifosi animaletti che a due a due strisciano sui muri. Non parliamo di zanzare, pulci e scarafaggi. Le drosofile invece sono uguali a tutte le latitudini. Abbiamo organizzato il compost dietro casa. Vediamo se riusciamo ad educare un po' anche le suorine e I vecchietti dell'ospizio. Ha proprio ragione Benigni quando dice che l'unico linguaggio per comunicare le emozioni è la poesia. Io non credo di essere in grado di raccontare I flussi di pensieri, di immagini, di dubbi, di paure, di domande che mi affollano ininterrottamente la testa. Certo, arrivare e trovare Mara, Emmanuele e i bambini è un regalo per cui mi sento di dire grazie molte volte al giorno. Altre esperienze mi hanno insegnato che la solitudine è paralizzante e quindi realizzo che la voglia di fare quotidiana nasce molto anche dalla loro presenza. Alternare il ruolo di dottoranda in ingegneria a quello di zia in una casa condivisa è una nuova avventura che sono contenta di vivere e provare. La casa e il contesto in cui si trova è molto bella e la mia camera ha fin troppe cose. Ogni tanto mancano quelle essenziali però: oggi siamo rimasti senza acqua e speriamo che domani arrivi il camion a riempire la cisterna. E' un disagio di cui ci si dimentica ogni volta, vivere senza acqua. E' vero che sta alla base della democrazia la disponibilità di acqua potabile! Perchè ci si arrabbia a non averla e tutto diventa un po' più sporco anche psicologicamente.

Quando c'è, però, ho anche l'acqua calda. Un lusso. Sì: qui a Manchay è proprio un lusso, perchè molte abitazioni non hanno neppure un water; hanno una ricarica di un barile di acqua al giorno se riescono a pagarlo o grazie alle sovvenzioni dello stato e con quello ci devono fare tutto. Chissà se un giorno scoprirò da dove arriva quell'acqua dei camion, come viene trattata e che passaggi vive prima di arrivare nei barili vuoti delle case. Ci sono latrine, quindi, qua e là e altri generi di scatolotti di paglia. Se ci lanci uno sguardo passa la voglia di andare in bagno. Anche perchè è tutto deserto, sabbia e secco, quindi non assomiglia eventualmente per niente alla poetica immagine di fare i propri bisogni in un boschetto sotto la luce delle stelle. Di poetico non ha nulla, nel senso della dignità umana. Eppure la vita va avanti. C'è un mondo che si muove, che si attiva, che vive, che cerca, che sbaglia, che ama, che aiuta, che corre, che piange, che ride, che gioca. Nessuno si scandalizza della propria latrina e neppure del fatto che poco più in là, nel centro di Lima, ci sono ville con piscina, palme e fontane zampillanti nel mezzo del giardino. Del resto, sarebbe bello che bastasse sedersi in terra tenendo il muso e le braccia incrociate come fanno i bimbi imbronciati e aspettare l'equità. Sarebbe bello! Ogni tanto mi sento sommersa dalla potenza di queste ingiustizie e dalla loro scala; mi sembra che il compost dietro casa non abbia alcun senso e che sia troppo complesso portare l'acqua laddove proprio non c'è, ma poi mi rendo conto che è attraverso le modifiche della piccola scala che eventualmente si riesce a muovere qualcosa: dovremmo alternativamente essere dei Ciclopi e potere con una sola azione costruire tutti i terrazzamenti sulla collina dietro all'Istituto e piantare dei semi e piangere grandi lacrime per irrigarli. Ecco, ogni tanto mi rendo conto che vorrei poterlo fare, sembrandomi l'unico modo per essere incisiva, ma...visto che non posso perchè non sono un Ciclope, capisco che l'altro parametro che diventa fondamentale è il tempo vissuto con costanza, perseveranza, coerenza rispetto agli obiettivi da conseguire.

Oltre a ciò credo che sia importante capire: non smettere mai di indagare la causa delle cose e di provare ad avere una visione ampia dei meccanismi che le azionano. Ad esempio, creare delle piccole isole servite dall'acqua corrente e dalla rete fognaria, senza che però sia pianificata la meta di quest'acqua, finisce per essere depauperante. Bisognerebbe sempre isolare il water e lasciare che solo quell'acqua vada ad un pozzo settico di cui mai nessuno conosce la posizione e che il resto dell'acqua ritornasse a dei secchi e poi fosse versata nei giardini. Un'abitudine di questo tipo diffusa creerebbe sicuramente un apporto benefico di acqua ai terreni vicini alle case,senza un consumo particolare di energie da parte di chi la mette in atto. Vi scrivo queste cose un po' per non perdere tutti i pensieri e un po' per condividere. In fondo vorrei che i miei occhi fossero un po' anche i vostri, perchè pure questo fa parte del senso del mio essere qui. Tutte le altre parole e immagini che non riesco a comunicare, le affido ad una preghiera di chiusura della giornata. Ciao. Cami