lunedì 9 marzo 2009

Manchay 08 marzo 09

Ho imparato che passandosi i polpastrelli delle dita nei capelli escono le microscopiche spine del fico d’india. C’è sempre un rimedio un po’ magico a tutto da queste parti; un po’ magico, un po’ vero; che porta dentro di sé tutta la storia non scritta di persone che arrivano da luoghi dove questi rimedi erano il quotidiano. E allora provo a percorrere con la testa, con la fantasia e con le immagini il susseguirsi di questi piccoli segreti che volano insieme alla sabbia di Manchay fino a giungere ai miei occhi increduli mentre osservano il polpastrello dell’indice che da un quarto d’ora stavo cercando di salvare con la pinzetta e che ora, con una passata nei capelli, si è trovato istantaneamente libero da tanti piccoli dolori.

E’ sempre incredibile come le cose si capiscano fino in fondo solo vivendole, solo lasciando che attraversino i nostri sensi, i nostri occhi, le nostre orecchie, la nostra pelle, il nostro naso, le nostre labbra, fino a raggiungere l’anima. Come spiegare se no il freddo, il caldo, il sole, il salato, il rumore, il silenzio, la musica, i sapori, gli odori; come raccontare a parole i colori, le sfumature, la povertà? E’ già difficile essere spettatori tutti i giorni di qualcosa che si desidererebbe che non esistesse, come riuscire a raccontarlo? Di più: come modificarlo?

Anche se i tempi scala sono molto diversi tra loro, è indispensabile riflettere sulla sostenibilità di uno scenario, ovvero su come un’azione che pretende di dilagarsi possa, insieme ad altre condizioni, condurre a localizzazioni limitate di risorse che si riflettono in ampi e di più lunga durata depauperamenti delle stesse. Del resto la semplicità del termine ‘sostenibilità’ si nasconde dietro ad un unico messaggio: dobbiamo chiudere la porta lasciando la bellezza che abbiamo trovato quando siamo entrati…o un pochino di più. Se abbiamo trovato un fiume ricco di acqua pulita non vedo perché sporcarlo e se abbiamo incontrato una persona triste non vedo perché non regalarle un gesto d’affetto.

E invece abbiamo creato i confini di proprietà della responsabilità: il nostro raggio di azione è spesso l’unico involucro del nostro agire etico e ciò che lascia questo spazio, come per magia, non ci preoccupa più, come se il mezzo di allontanamento diventasse una nuova fonte e non fossimo più noi la sorgente. Certo è più facile accorgersene quando il tubo che porta via l’acqua del lavandino è sostituito da una tanica che ad un certo punto devi svuotare in giardino. Perché se ti dimentichi di svuotarla rimani tu la sorgente e lei straripa sui tuoi piedi mentre lavi i piatti.

A Manchay succedono delle cose incredibili tutti i giorni; ogni giorno è una stagione forse perché le persone che qui non parlano molto si inventano modi diversi di comunicare, di esistere, di essere. Cosa avranno pensato la prima volta che, arrivando qui, hanno trovato tutta questa sabbia? Io cosa ho pensato? Forse ho solo visto 60.000 persone che vivono al ritmo giusto affinché la sabbia non si depositi troppo, ma che lo stesso entra nei polmoni e li fa un po’ più rumorosi.

Le malattie infantili con maggior incidenza a Manchay sono quelle respiratorie. Ogni tanto si scorge una ciminiera che prima non avevi visto dalla quale esce un bel fumo nero e ognuno ha la sua teoria su cosa possa essere. Hanno la propria teoria anche quelli che ci vivono accanto e quelli che ci lavorano dentro. Perché qui spesso accade che sia più facile formulare una teoria che ottenere una risposta. A Manchay può capitare che manchino le prime 39 pagine di un libro che la biblioteca ti presta e che il termine per la restituzione sia quando hai finito di leggerlo. Sarebbe sostenibile restituirlo con le prime 39 pagine, se il senso di responsabilità di chi le ha tolte non si fosse fermato all’istante dell’azione.

Le emozioni e i pensieri si stratificano anziché amalgamarsi e quindi succede che le scale delle priorità spesso si modificano, passando da una visione del tempo circolare ad una più schematica di una retta. I valori però no: quelli non si modificano, perché non variano a seconda del sistema di riferimento; sono delle costanti, dei numeri primi, dei termini assoluti.

A Manchay, per andare da Collanac al paradero diez ci sono circa due chilometri e mezzo. Non posso dire che sia l’unica strada, perché tre settimane fa ne hanno inaugurata un’altra di circa 500 metri, ma sicuramente posso dire che è la principale: la Panamericana di Manchay. Dal mercato alle giostre temporanee si susseguono due cunette, di quelle fatte per rallentare il traffico, un fosso, di quelli che nascono misteriosamente solo su un lato della strada e altre due cunette, più strette e più alte delle prime. Se è tardi o se sei stanco o se hai fretta puoi prendere una combi che per 50 centesimi di sol ti porta da Collanac al paradero o viceversa. Se sei stanco va bene, se è tardi relativamente anche, se hai fretta no. Perché la combi ti carica, parte, fa 15 metri e poi qualcuno le urla che ne è passata un’altra da poco e quindi lei rallenta, rallenta, rallenta, fino quasi a fermarsi, per un tempo che anch’esso non ha sistema di riferimento, se non quello di immaginarsi dove sarà la combi che è appena passata, quanti passeggeri avrà caricato e quanti nel frattempo se ne saranno già formati al bordo della strada. Da Collanac al paradero diez, quindi, possono essere 5 minuti o 20 minuti, ma i chilometri restano gli stessi e la strada non è occupata da altre macchine e la combi resta un po’in bilico sulla cunetta più alta, quella per rallentare il traffico e lasciare che i tricitaxi ti superino. Se invece la comunicazione non arriva, anche la cunetta viene saltata, nel senso che, con un agile slalom, l’autista esce dalla Panamericana di Manchay e fa 20 metri a lato, nella sabbia di Manchay, per poi rientrare in assetto, superata la cunetta. Del resto anche i tedeschi dovrebbero fare così, visto che le cunette le chiamano “vigili sdraiati”. Forse questa informazione linguistica è giunta fino qui un po’come i segreti e i rimedi che puliscono i polpastrelli.

Mi crescerà un fico d’india nei capelli adesso? O forse perché succeda gli dovrei cantare una nenia in Quechua?

Cami

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