martedì 27 gennaio 2009

Manchay_ 25 gennaio 2009

Per giocare a carte bisogna essere in due, alternativamente è necessario conoscere dei solitari. Mia nonna, quando era sola, faceva sempre i solitari. C’era sempre un solitario iniziato sulla tavola. E un po’ di mozziconi di sigarette nel posacenere, i ferri infilati in un gomitolo, a volte l’uncinetto e quel suo profumo di anzianità, di saggezza, di purezza, della lieve mano di rossetto che non deve mancare mai se si esce di casa. Ognuno sviluppa un suo proprio modo di essere elegante ed essere elegante è una forma di rispetto e di amore nei confronti degli altri e del mondo.
Lima produce ogni giorno 13 mila tonnellate di rifiuti solidi urbani. Considerando una popolazione di 8 milioni di abitanti sono circa 1.625 chilogrammi di produzione pro capite al giorno. Non è un dato molto differente dalle medie di produzione dei paesi europei. Sarebbe interessante, però, fare anche un confronto di tipo volumetrico, perché la plastica pesa poco, ma occupa tanto! Ma soprattutto bisognerebbe mettere a confronto le immagini del destino di questi rifiuti, le politiche di gestione, il grado di consapevolezza e di sensibilizzazione, le infrastrutture presenti, le possibilità esistenti. Lima produce giornalmente 13 mila tonnellate di rifiuti e non vi è una strategia nota, strutturata, scientifica, per lo smaltimento di questi rifiuti. E’ un numero grande. Io faccio fatica a immaginarmelo, in termini di camion, spazio, roghi, fumo, buche nel terreno, chiatte che partono per l’oceano. Perché produce così tanti rifiuti? Perché anche Lima prova a vivere come tutto il resto del mondo prova a vivere. Perché anche Lima ha voglia di festa, di computer, di cellulari, di bevande in lattina, in plastica, in vetro, perché il latte non si ricarica in un’unica bottiglia, perché tutte le volte che vai al supermercato torni a casa con un numero di sacchetti di plastica proporzionalmente alto rispetto al numero di prodotti acquistati, perché ai bambini piacciono le caramelle, perché a qualcuno piace avere tante paia di scarpe, tanti vestiti diversi da sfoggiare, profumi, cosmetici, occhiali, macchine; perché i mercati di artigianato devono strabordare di oggetti per i turisti, perché ogni impresa deve avere i suoi gadget di riconoscimento, le sue centinaia di portachiavi, di adesivi, di spille, perché ognuno vuole il proprio logo, perché in fondo vi è un bisogno di identità e di esistenza duro da trovare nel caos dell’eccesso di produzione. E allora si produce ancora di più. Perché un paese che produce è un paese sviluppato, perché prima o poi la produzione si trasforma in strade, in acquedotti, in fognature, in censimenti, in acqua potabile, in vestiti per tutti, in comunicazioni veloci e in rifiuti. Prima o poi questo sviluppo porta a distribuire omogeneamente sulla società la produzione pro capite di rifiuto solido urbano giornaliera. E a quel punto, chi più chi meno, tutti possono permettersi di buttare un panino in eccesso un po’ troppo secco, un paio di scarpe un po’ rovinato, il gioco che al bambino non piace più, il vasetto vuoto della marmellata; ognuno può permettersi di infilare in un cassetto il cellulare vecchio perché ha comprato quello appena uscito, di cambiare la macchina, perché il colore non gli piace più, di fare un regalo costoso ad un amico in segno del proprio affetto, senza dedicare un tempo neppure ad impacchettarlo, perché ormai lo fanno quasi tutti i negozi. Ma è proprio vero che questo stile ci rende più comodi, più felici, più tranquilli, soddisfatti, appagati? Quanti di noi si fanno carico, ogni giorno, di quel chilo e mezzo di rifiuti? Quanti di noi pensano a quando scartano, a quando buttano, a quando il tubetto del dentifricio è ancora un po’ pieno, ma si fa fatica ad arrotolarlo o addirittura tagliarlo? Trovo buffo che questo atteggiamento in generale sia una delle cose più trasversali nel mondo, indipendente dalla povertà e dalla ricchezza. È come se più o meno consapevolmente l’obiettivo del nostro sviluppo fosse quello di far produrre a tutti equamente quel chilo e mezzo di rifiuti! Chi si preoccupa che nel cammino verso questo obiettivo c’ è ancora chi non è stato neppure censito e non esiste per la società. Chi si preoccupa se non c’è l’acqua potabile che esce dal rubinetto, ma c’è ad ogni dove un venditore di acqua in bottiglia, di gassosa di ogni genere? Che fa diventare le pance gonfie e chiede la produzione di vestiti taglie forti? Chi si chiede dove finiscono i vasetti della marmellata che una volta erano un bene prezioso, da conservare? E’ tutta un’arte. I computer servono per scaricare film che, venduti, possono essere visti anche dai poveri, che però hanno bisogno di un computer per vederli. Ciascuno può trovare il suo modo creativo per produrre un chilo e mezzo di rifiuto povero o ricco. Impegnativo però crescere bene a base di riso e patate. Impegnativo, nonna, anche trovare la propria eleganza, quella che - come nella poesia che dona un sorriso - a volte costituisce la luce più forte. Sei miliardi di persone per un chilo e mezzo di rifiuti fanno – credo – 9 milioni e 750 mila tonnellate di rifiuti prodotti ogni giorno sulla terra. Non è poca la differenza se ne produciamo mezzo chilo in meno tutti i giorni a testa; se magari insieme risparmiamo anche una ventina di litri d’acqua (basta tirare l’acqua del water due o tre volte in meno al giorno) facciamo un cambio di dimensioni considerevoli. Questo può essere interessante dell’essere in tanti: sei miliardi che risparmiano fanno il mondo più elegante e il sorriso si vede anche senza il rossetto.

martedì 20 gennaio 2009

Manchay_15_01_09

Manchay, 15 gennaio 2009

Una cosa che mi colpisce sempre molto è che la medesima immagine può essere guardata con occhi, interpretazioni e visioni assai differenti tra loro. La domanda che ho è se questa cosa è sempre giusta. Intendo dire che la varietà e la differenza degli approcci è sicuramente una ricchezza, ma che non mi sembra corretto che l’approccio diventi selezione, che la prospettiva diventi parzialità e che l’obiettivo della macchina fotografica finisca per essere il sipario di un palcoscenico che accettiamo che altri calino su alcune realtà.

L’altro giorno stavo in Plaza des Armas, tra la Cattedrale e il Palazzo del Governo, osservando, come tutti i turisti intorno a me, il cambio della guardia. Sinceramente ho osservato poco il cambio della guardia! Sono fatta un po’ così e mi sono fatta distrarre dai gruppi umani diversi che componevano il puzzle della piazza. Un gruppo di conferenzieri nord americani, turisti giapponesi con classiche macchine fotografiche, gruppi di suore, coppie di turisti europei, militari armati, taxisti, e un po’ di venditori sparsi. Ad un certo punto una signora, peruviana, sulla cinquantina e un po’ trasandata ha cominciato a urlare come una matta, in mezzo ai turisti che osservavano il cambio al di là della cancellata del Palazzo del Governo. Io mi sono messa a ridere perché ho trovato divertente lo scompiglio che un singolo essere umano con uno strumento semplice come la voce riesca a creare in un quadro di ordine apparente. Se fosse stato un bambino la mamma avrebbe cercato di calmarlo e le persone intorno si sarebbero atteggiate in una sorta di accoglienza velata sorridente e comprensiva di questo gioco, di questo momento di libertà, di questo urlo incomprensibile ai più, ma comunque accettato. Invece non era un bambino: era una signora totalmente indifesa, forse un po’ contrariata –come me del resto- del contrasto evidente tra le macchine fotografiche e i vestiti dei turisti e la povertà che neppure troppo si cela dietro il primo vicolo, o forse, come me, quella mattina la signora aveva preso una combi da Manchay e si ritrovava in Piazza tra i buffi commenti degli stranieri e la cosa le appariva un po’ ingiusta. Non lo so chi era, so solo che con quell’urlo ha espresso anche i miei di sentimenti, ma purtroppo in un minuto si è trovata circondata da militari armati che dolcemente, ma senza appello, la hanno allontanata dalla piazza. Perché quando diventiamo grandi non possiamo più urlare? Perché ciò che non comprendiamo ci fa paura e ci pone in un atteggiamento di difesa anche eccessivo?

Mi manca la possibilità di urlare ogni tanto.

Sono tornata da Lima. In combi ci vogliono un paio di ore anche se credo che non siano più di 30-40 kilometri. Mi sono lasciata La Molina alle spalle, il verde, le ville. E sono arrivata a Manchay, tra la sabbia e i ripari – che faccio fatica a chiamare case – di legno, canne, paglia, latta e qualche mattone qua e la’. Sono arrivata a Manchay e mi sono sentita a casa. A Manchay non ci sono le strade, nel senso comune di strada che siamo abituati a percorrere, però ci sono le macchine e i camion e le combi e tricitaxi. A Manchay non ci sono molte attività: è un po’ un dormitorio perché la gente di giorno va a Lima a lavorare, se ha un lavoro, però ci sono i telefoni, i cellulari, alcune televisioni. A Manchay bruciano i rifiuti per strada, quasi tutte le sere, indistintamente dalla tipologia di rifiuto, e l’aria si riempie di un forte odore di fumo, di plastica che si scioglie, di carta e la gente ci cammina accanto, i bambini giocano e i telefoni suonano. A Manchay c’è sempre qualcuno che strilla che sta vendendo qualcosa e c’è sempre musica, che esce da un auto, da un negozietto, da un baracchino. Il momento che più mi affascina è quando cala il sole, verso le 18.30 e si accendono le luci. Allora sì, sorridendo ammiro la casualità della distribuzione urbana, cui è seguita l’istallazione dell’illuminazione pubblica: gruppi di lampioni, qua e là a segnare strade che non sono strade, ad illuminare gli usci di case che non hanno porte, ad indicare che una meta c’è sempre, che la luce regala prospettive e che gli occhi non smettono mai di cercare. E quindi ripenso a chi un giorno mi ha insegnato che ciò che per molti è un problema per tanti altri è una soluzione, l’unica soluzione. E continuo a essere convinta che Gandhi ha espresso una grande verità, non facile da accettare, quando ha dichiarato che “la civiltà, nel vero senso delle parola, non consiste nel moltiplicare le necessità, ma nel limitarle volontariamente”. Così sto cercando di vivere e di capire se è possibile farlo tra i contrasti del mondo che qui si notano di più. Ciao Cami.

venerdì 9 gennaio 2009

Manchay, 8 gennaio 2009

Attualmente L’Istituto Tecnologico Juan Pablo II sito in Manchay (Lima) produce 3-6 m3/d di acqua reflua che vengono convogliati ad una fossa settica composta di 2 comparti con una capacità di 26.92 m3. Dall’ultima vasca della fossa, ogni sabato, pompano una quantità di acqua ancora non ben definita (midad tanque) ed irrigano i fiori dell’Istituto.

Da uno studio precedentemente fatto, si sono valutati i seguenti due valori attesi dell’acqua reflua in ingresso alla fossa settica:
- 200 mg/l BOD5
- 106 CF/100ml
L’Istituto ha una popolazione diaria di 200 studenti. E’ previsto un aumento del numero delle frequenze fino a 1000.

L’approvvigionamento idrico viene fatto tramite camion che rovesciano acqua (prelevata dalle acque sotterranee del vicino bacino del Pachacamac) in una vasca di circa 20 m3 costruita in cemento, vicino all’Istituto, un po’ sopraelevata per assicurare - per gravità – l’acqua ai vari edifici dell’Istituto.

Gli usi primari dell’acqua sono costituiti dai bagni (water e lavandini) e dalle attività relative al laboratorio di pasticceria.

Sono in attesa di una lista dei più comuni detergenti utilizzati nell’Istituto.

Faccio presente che, come in molti luoghi dell’America Latina, la carta igienica non viene mai gettata nel water; non costituisce pertanto massa che poi si ritrova nella fossa settica.

Dietro all’Istituto c’è una collina che arriva ad un massimo di 60 metri di dislivello a partire dal livello dell’Istituto stesso (460 m slm).

Obiettivo finale del progetto è piantare questa collina con alberi, piante e fiori caratterizzati da un basso fabbisogno idrico e tipici di questa zona (autoctone). Argomento questo da approfondire con esperti.

Mezzo per raggiungere questo obiettivo è assicurare un contributo di acqua necessario al mantenimento di queste piante. L’acqua deve provenire dalla depurazione delle acque reflue dell’Istituto.

In questa primissima fase di valutazione (totalmente provvisoria e povera di informazioni), vedo due possibilità e cerco di mettere in luce i pro e i contro:
1) pompaggio dell’acqua in uscita dalla fossa settica in cima alla collina e costruzione di 1 o 2 (in serie) vasche di fitodepurazione a flusso sub-superficiale orizzontale e seguente irrigazione per gravità della collina tramite un sistema di tubi forati (goccia a goccia). Installazione piante e riempimento di terriccio e humus.
2) Ampliamento della fossa settica con altri setti/scomparti per ottimizzare il processo di depurazione nel medesimo luogo (tipo ABR) e seguente pompaggio dell’acqua alla collina sempre poi con distribuzione goccia a goccia tramite tubi forati.

In ambedue i casi percepisco un problema legato al dimensionamento: è prevedibile che triplichi nei prossimi anni la quantità di acqua da trattare. (domanda aperta?)

Nel caso 1) vedo “problemi” legati a:
- fattori temporali: costruzione vasca, messa in opera, crescita piante.
- Trasporto acqua ancora contaminata in cima alla collina
- Necessità di arrivare fino in cima alla collina e da lì irrigare verso il basso
Per contro, il caso 2) sarebbe di più rapida installazione, permetterebbe di depurare l’acqua nello stesso luogo e soprattutto permetterebbe di avanzare per moduli: si può pompare l’acqua coprendo dislivelli inferiori (20 m circa) e cominciare già ad utilizzarla.
In questo modo anche la fase pilota di analisi delle acque e conseguente ottenimento di risposte adeguate (rispetto ai limiti, ai valori di inquinamento organico, alla risposta delle piante) sarebbe più rapida e permetterebbe poi di ampliare il modulo all’intera collina.

Proseguo domani con questi due aspetti:
- istallazione rete acquedottistica e fognaria nell’area di Manchay per conto della ditta ABENGOA
- utilizzo dei fanghi della fossa settica per compostaggio
- gestione rifuti

giovedì 8 gennaio 2009

Manchay_06_01_09

Manchay, 6 gennaio 2009

Ciao amici!

E' ben strano questo mondo. La sera verso le 19 compaiono degli schifosi animaletti che a due a due strisciano sui muri. Non parliamo di zanzare, pulci e scarafaggi. Le drosofile invece sono uguali a tutte le latitudini. Abbiamo organizzato il compost dietro casa. Vediamo se riusciamo ad educare un po' anche le suorine e I vecchietti dell'ospizio. Ha proprio ragione Benigni quando dice che l'unico linguaggio per comunicare le emozioni è la poesia. Io non credo di essere in grado di raccontare I flussi di pensieri, di immagini, di dubbi, di paure, di domande che mi affollano ininterrottamente la testa. Certo, arrivare e trovare Mara, Emmanuele e i bambini è un regalo per cui mi sento di dire grazie molte volte al giorno. Altre esperienze mi hanno insegnato che la solitudine è paralizzante e quindi realizzo che la voglia di fare quotidiana nasce molto anche dalla loro presenza. Alternare il ruolo di dottoranda in ingegneria a quello di zia in una casa condivisa è una nuova avventura che sono contenta di vivere e provare. La casa e il contesto in cui si trova è molto bella e la mia camera ha fin troppe cose. Ogni tanto mancano quelle essenziali però: oggi siamo rimasti senza acqua e speriamo che domani arrivi il camion a riempire la cisterna. E' un disagio di cui ci si dimentica ogni volta, vivere senza acqua. E' vero che sta alla base della democrazia la disponibilità di acqua potabile! Perchè ci si arrabbia a non averla e tutto diventa un po' più sporco anche psicologicamente.

Quando c'è, però, ho anche l'acqua calda. Un lusso. Sì: qui a Manchay è proprio un lusso, perchè molte abitazioni non hanno neppure un water; hanno una ricarica di un barile di acqua al giorno se riescono a pagarlo o grazie alle sovvenzioni dello stato e con quello ci devono fare tutto. Chissà se un giorno scoprirò da dove arriva quell'acqua dei camion, come viene trattata e che passaggi vive prima di arrivare nei barili vuoti delle case. Ci sono latrine, quindi, qua e là e altri generi di scatolotti di paglia. Se ci lanci uno sguardo passa la voglia di andare in bagno. Anche perchè è tutto deserto, sabbia e secco, quindi non assomiglia eventualmente per niente alla poetica immagine di fare i propri bisogni in un boschetto sotto la luce delle stelle. Di poetico non ha nulla, nel senso della dignità umana. Eppure la vita va avanti. C'è un mondo che si muove, che si attiva, che vive, che cerca, che sbaglia, che ama, che aiuta, che corre, che piange, che ride, che gioca. Nessuno si scandalizza della propria latrina e neppure del fatto che poco più in là, nel centro di Lima, ci sono ville con piscina, palme e fontane zampillanti nel mezzo del giardino. Del resto, sarebbe bello che bastasse sedersi in terra tenendo il muso e le braccia incrociate come fanno i bimbi imbronciati e aspettare l'equità. Sarebbe bello! Ogni tanto mi sento sommersa dalla potenza di queste ingiustizie e dalla loro scala; mi sembra che il compost dietro casa non abbia alcun senso e che sia troppo complesso portare l'acqua laddove proprio non c'è, ma poi mi rendo conto che è attraverso le modifiche della piccola scala che eventualmente si riesce a muovere qualcosa: dovremmo alternativamente essere dei Ciclopi e potere con una sola azione costruire tutti i terrazzamenti sulla collina dietro all'Istituto e piantare dei semi e piangere grandi lacrime per irrigarli. Ecco, ogni tanto mi rendo conto che vorrei poterlo fare, sembrandomi l'unico modo per essere incisiva, ma...visto che non posso perchè non sono un Ciclope, capisco che l'altro parametro che diventa fondamentale è il tempo vissuto con costanza, perseveranza, coerenza rispetto agli obiettivi da conseguire.

Oltre a ciò credo che sia importante capire: non smettere mai di indagare la causa delle cose e di provare ad avere una visione ampia dei meccanismi che le azionano. Ad esempio, creare delle piccole isole servite dall'acqua corrente e dalla rete fognaria, senza che però sia pianificata la meta di quest'acqua, finisce per essere depauperante. Bisognerebbe sempre isolare il water e lasciare che solo quell'acqua vada ad un pozzo settico di cui mai nessuno conosce la posizione e che il resto dell'acqua ritornasse a dei secchi e poi fosse versata nei giardini. Un'abitudine di questo tipo diffusa creerebbe sicuramente un apporto benefico di acqua ai terreni vicini alle case,senza un consumo particolare di energie da parte di chi la mette in atto. Vi scrivo queste cose un po' per non perdere tutti i pensieri e un po' per condividere. In fondo vorrei che i miei occhi fossero un po' anche i vostri, perchè pure questo fa parte del senso del mio essere qui. Tutte le altre parole e immagini che non riesco a comunicare, le affido ad una preghiera di chiusura della giornata. Ciao. Cami