Se i miei interventi avessero un titolo, questo si chiamerebbe “las escaleras de la solidariedad”. Le scale della solidarietà sono gialle; gialle come il sole e gialle come la sabbia di questo enorme deserto, che non è solo un deserto di dune. I gradini sono tutti diversi, uno dall’altro, sono piccoli, ma funzionali per portarti in alto. Un unico grande gradino non servirebbe a molto e la diversità non stona. Chi li sale non corre il rischio di annoiarsi e percorre dislivelli come fossero piani; chi li scende non scivola e non rotola, ma danza. La danza delle scale della solidarietà.
Le scale sono un po’ come la musica: sono un codice, uno strumento per avvicinare, per unire, per far diventare una montagna valicabile e un’emozione trasferibile.
Mentre sali i gradini di questa scalinata incontri un sacco di gente, alcuni tratti li fai in compagnia, altri no. E così una mattina alle 5 ti trovi a percorrere le strade ancora buie e deserte di Lima su una grande macchina che lascia una scia un po’ magica: la scia del profumo del pane fresco. E al volante c’è una signora un po’ bassa, un po’ stravagante che deve mettersi in punta di piedi per vedere fuori dal vetro e anche per cantare più forte, per cantare tutta la paura e chiamare a sé tutto il coraggio di cui c’è bisogno nel tragitto che sta facendo. Luz Maria da otto anni tutti i giovedì mattina esce per le strade di Lima e le percorre in macchina seguendo un itinerario che nessun GPS ha mai tracciato, ma che forse sarebbe utile disegnare su una mappa per i posteri.
A dire la verità, lei ha chiaro chi lo ha disegnato questo itinerario. E tutte le persone che la stanno aspettando anche: hanno chiaro che sta arrivando un sacchetto di pane e un bicchiere di latte caldo e avena per tutti. Percorrendo il lungo mare di Lima in direzione Miraflores nell’umidità e nel buio di un’alba che ancora riposa pensi di essere in un quadro romantico che ti cattura, forse aiutato dalla musica, dal sonno, dal profumo, dai tuoi compagni di viaggio silenziosi, fino a che il clacson comincia a suonare forte, ripetutamente, in un luogo apparentemente vuoto, tra la strada asfaltata e i sassi poco ospitali del tratto che separa l’oceano dalla città. Scendi dalla macchina e cominci a urlare e cosa urli se non che è pronta la colazione? E iniziano ad arrivare, dal nulla della nebbia, da sotto i cartelloni, da sotto le macchine, dalle pietre che evidentemente nascondono un mondo che non si vede. Arrivano e hanno fame, un po’ di sonno, alcuni sono ubriachi, altri ti danno la mano, qualcuno ti dà un abbraccio che ti permette di sentire tutto il vissuto della strada, della fatica, della miseria. Arrivano e sono uomini, donne, bambini. Arrivano e ci sono anche dei bambini, ci sono tanti bambini, alcuni sono solo gruppi di bambini. E la strada è la loro mamma. Ma “mamma” è per definizione una parola dolce; come è possibile che questa mamma sia fatta di asfalto?
Ti ringraziano e si disperdono a raggiera, così come sono arrivati. Tornano dietro ai sassi, sotto ai cartoni, vicino all’Oceano. Gracias; gracias a Dios. La macchina riparte e percorre un altro pezzo di strada e arriva in un centro città che non sembra quello dell’angolo che hai appena girato, non sembra nessun centro città visto prima, perché non sembra possibile al cuore che possa esistere quel centro città e non sembra possibile agli occhi vedere 20 ragazzini che escono da uno stanzone di cemento la cui porta, minuscola, si confonde tra le pareti che cadono a pezzi alle spalle di chi, seduto per strada, vende un pacchetto di caramelle. Anche il profumo del pane se ne va, perché tutti gli altri odori sono troppo forti, acri, invadenti. Qualche giorno dopo ti sembra ancora di sentirli; gli odori della fame e di chi viene dimenticato. E’ un modo per esistere. Quante fermate quella mattina. Quante fermate tutti i giovedì mattina. E la luce del giorno, Luz Maria, comincia ad attraversare le strade insieme a te e al traffico che aumenta. Ma loro, quelli che sanno, sono al punto giusto, al momento giusto. Sul bordo della strada, aspettano. Sono gli unici puntuali in un popolo che culturalmente non è abituato alla puntualità. Forse sono puntuali come la fame o forse non vogliono mancarti di rispetto. Vorrei descrivere i loro volti, ad uno ad uno, dire la loro età, chiamare i loro nomi, sapere dove hanno dormito questa notte e se hanno fatto colazione lunedì, martedì, mercoledì, venerdì, sabato e domenica. E la città intorno si muove, mentre seguo questa carovana di gesti: scendere dalla macchina, salutare, consegnare due, tre, quattro panini, aspettare che qualcuno dei miei compagni consegni un bicchiere e qualcun altro lo riempia di avena e controllare che qualcuno non sia ancora addormentato sotto un cartone o sotto un caretto, sorridere, stringere qualche mano e congedarsi, salire in macchina, guardare fuori dal finestrino e aspettare la prossima fermata, la prossima chiamata che è profondamente diversa da quella prima e da tutte le altre, perché non assomiglia a nulla di banale come dire che ad ogni consegna ci sono dei poveri ad attendere.
Proprio non ci riesco a raccontare, mi dispiace. A spiegare cosa si prova a tenere in braccio un bimbo di due anni mentre la mamma recupera i panini dai miei compagni di viaggio e realizzare che è nato sulla strada, ha vissuto sulla strada, ha dormito sulla strada, ha incontrato qualcuno sulla strada che gli ha dato da mangiare, qualcuno che lo ha tenuto in braccio, qualcuno che gli ha fatto una carezza. Non riesco a dire che, per fortuna, ogni tanto, nella solidarietà c’è un po’ di follia, che non è altro che l’altra medaglia della paura o del coraggio. Perché senza questa follia non esisterebbe neppure questo tragitto; il tragitto di Luz Maria, di ogni giovedì mattina, il tragitto di questo migliaio di panini, il tragitto dei gradini delle scale della solidarietà.