mercoledì 25 marzo 2009

Manchay 24 marzo 09

Capita sempre che – ad un certo punto – ti innamori. Ti innamori degli odori, delle immagini, degli scorci, delle assurdità. Perché l’amore è l’occhio che dà ordine a ciò che fino a ieri ti sembrava assurdo. L’amore è la musica nel silenzio. E ti viene voglia di ballare, di correre, di ridere. Ballare annulla le frontiere. Quale incredibile invenzione la musica. Rende tutti più uguali. Non ha bisogno di traduzioni. Anche le persone che vivono per strada, quasi inconsciamente, se sentono della musica, si mettono a seguire dolcemente il ritmo con movimenti lievi del corpo. Anche se hanno fame.
Se i miei interventi avessero un titolo, questo si chiamerebbe “las escaleras de la solidariedad”. Le scale della solidarietà sono gialle; gialle come il sole e gialle come la sabbia di questo enorme deserto, che non è solo un deserto di dune. I gradini sono tutti diversi, uno dall’altro, sono piccoli, ma funzionali per portarti in alto. Un unico grande gradino non servirebbe a molto e la diversità non stona. Chi li sale non corre il rischio di annoiarsi e percorre dislivelli come fossero piani; chi li scende non scivola e non rotola, ma danza. La danza delle scale della solidarietà.
Le scale sono un po’ come la musica: sono un codice, uno strumento per avvicinare, per unire, per far diventare una montagna valicabile e un’emozione trasferibile.
Mentre sali i gradini di questa scalinata incontri un sacco di gente, alcuni tratti li fai in compagnia, altri no. E così una mattina alle 5 ti trovi a percorrere le strade ancora buie e deserte di Lima su una grande macchina che lascia una scia un po’ magica: la scia del profumo del pane fresco. E al volante c’è una signora un po’ bassa, un po’ stravagante che deve mettersi in punta di piedi per vedere fuori dal vetro e anche per cantare più forte, per cantare tutta la paura e chiamare a sé tutto il coraggio di cui c’è bisogno nel tragitto che sta facendo. Luz Maria da otto anni tutti i giovedì mattina esce per le strade di Lima e le percorre in macchina seguendo un itinerario che nessun GPS ha mai tracciato, ma che forse sarebbe utile disegnare su una mappa per i posteri.
A dire la verità, lei ha chiaro chi lo ha disegnato questo itinerario. E tutte le persone che la stanno aspettando anche: hanno chiaro che sta arrivando un sacchetto di pane e un bicchiere di latte caldo e avena per tutti. Percorrendo il lungo mare di Lima in direzione Miraflores nell’umidità e nel buio di un’alba che ancora riposa pensi di essere in un quadro romantico che ti cattura, forse aiutato dalla musica, dal sonno, dal profumo, dai tuoi compagni di viaggio silenziosi, fino a che il clacson comincia a suonare forte, ripetutamente, in un luogo apparentemente vuoto, tra la strada asfaltata e i sassi poco ospitali del tratto che separa l’oceano dalla città. Scendi dalla macchina e cominci a urlare e cosa urli se non che è pronta la colazione? E iniziano ad arrivare, dal nulla della nebbia, da sotto i cartelloni, da sotto le macchine, dalle pietre che evidentemente nascondono un mondo che non si vede. Arrivano e hanno fame, un po’ di sonno, alcuni sono ubriachi, altri ti danno la mano, qualcuno ti dà un abbraccio che ti permette di sentire tutto il vissuto della strada, della fatica, della miseria. Arrivano e sono uomini, donne, bambini. Arrivano e ci sono anche dei bambini, ci sono tanti bambini, alcuni sono solo gruppi di bambini. E la strada è la loro mamma. Ma “mamma” è per definizione una parola dolce; come è possibile che questa mamma sia fatta di asfalto?
Ti ringraziano e si disperdono a raggiera, così come sono arrivati. Tornano dietro ai sassi, sotto ai cartoni, vicino all’Oceano. Gracias; gracias a Dios. La macchina riparte e percorre un altro pezzo di strada e arriva in un centro città che non sembra quello dell’angolo che hai appena girato, non sembra nessun centro città visto prima, perché non sembra possibile al cuore che possa esistere quel centro città e non sembra possibile agli occhi vedere 20 ragazzini che escono da uno stanzone di cemento la cui porta, minuscola, si confonde tra le pareti che cadono a pezzi alle spalle di chi, seduto per strada, vende un pacchetto di caramelle. Anche il profumo del pane se ne va, perché tutti gli altri odori sono troppo forti, acri, invadenti. Qualche giorno dopo ti sembra ancora di sentirli; gli odori della fame e di chi viene dimenticato. E’ un modo per esistere. Quante fermate quella mattina. Quante fermate tutti i giovedì mattina. E la luce del giorno, Luz Maria, comincia ad attraversare le strade insieme a te e al traffico che aumenta. Ma loro, quelli che sanno, sono al punto giusto, al momento giusto. Sul bordo della strada, aspettano. Sono gli unici puntuali in un popolo che culturalmente non è abituato alla puntualità. Forse sono puntuali come la fame o forse non vogliono mancarti di rispetto. Vorrei descrivere i loro volti, ad uno ad uno, dire la loro età, chiamare i loro nomi, sapere dove hanno dormito questa notte e se hanno fatto colazione lunedì, martedì, mercoledì, venerdì, sabato e domenica. E la città intorno si muove, mentre seguo questa carovana di gesti: scendere dalla macchina, salutare, consegnare due, tre, quattro panini, aspettare che qualcuno dei miei compagni consegni un bicchiere e qualcun altro lo riempia di avena e controllare che qualcuno non sia ancora addormentato sotto un cartone o sotto un caretto, sorridere, stringere qualche mano e congedarsi, salire in macchina, guardare fuori dal finestrino e aspettare la prossima fermata, la prossima chiamata che è profondamente diversa da quella prima e da tutte le altre, perché non assomiglia a nulla di banale come dire che ad ogni consegna ci sono dei poveri ad attendere.
Proprio non ci riesco a raccontare, mi dispiace. A spiegare cosa si prova a tenere in braccio un bimbo di due anni mentre la mamma recupera i panini dai miei compagni di viaggio e realizzare che è nato sulla strada, ha vissuto sulla strada, ha dormito sulla strada, ha incontrato qualcuno sulla strada che gli ha dato da mangiare, qualcuno che lo ha tenuto in braccio, qualcuno che gli ha fatto una carezza. Non riesco a dire che, per fortuna, ogni tanto, nella solidarietà c’è un po’ di follia, che non è altro che l’altra medaglia della paura o del coraggio. Perché senza questa follia non esisterebbe neppure questo tragitto; il tragitto di Luz Maria, di ogni giovedì mattina, il tragitto di questo migliaio di panini, il tragitto dei gradini delle scale della solidarietà.

lunedì 9 marzo 2009

Manchay 08 marzo 09

Ho imparato che passandosi i polpastrelli delle dita nei capelli escono le microscopiche spine del fico d’india. C’è sempre un rimedio un po’ magico a tutto da queste parti; un po’ magico, un po’ vero; che porta dentro di sé tutta la storia non scritta di persone che arrivano da luoghi dove questi rimedi erano il quotidiano. E allora provo a percorrere con la testa, con la fantasia e con le immagini il susseguirsi di questi piccoli segreti che volano insieme alla sabbia di Manchay fino a giungere ai miei occhi increduli mentre osservano il polpastrello dell’indice che da un quarto d’ora stavo cercando di salvare con la pinzetta e che ora, con una passata nei capelli, si è trovato istantaneamente libero da tanti piccoli dolori.

E’ sempre incredibile come le cose si capiscano fino in fondo solo vivendole, solo lasciando che attraversino i nostri sensi, i nostri occhi, le nostre orecchie, la nostra pelle, il nostro naso, le nostre labbra, fino a raggiungere l’anima. Come spiegare se no il freddo, il caldo, il sole, il salato, il rumore, il silenzio, la musica, i sapori, gli odori; come raccontare a parole i colori, le sfumature, la povertà? E’ già difficile essere spettatori tutti i giorni di qualcosa che si desidererebbe che non esistesse, come riuscire a raccontarlo? Di più: come modificarlo?

Anche se i tempi scala sono molto diversi tra loro, è indispensabile riflettere sulla sostenibilità di uno scenario, ovvero su come un’azione che pretende di dilagarsi possa, insieme ad altre condizioni, condurre a localizzazioni limitate di risorse che si riflettono in ampi e di più lunga durata depauperamenti delle stesse. Del resto la semplicità del termine ‘sostenibilità’ si nasconde dietro ad un unico messaggio: dobbiamo chiudere la porta lasciando la bellezza che abbiamo trovato quando siamo entrati…o un pochino di più. Se abbiamo trovato un fiume ricco di acqua pulita non vedo perché sporcarlo e se abbiamo incontrato una persona triste non vedo perché non regalarle un gesto d’affetto.

E invece abbiamo creato i confini di proprietà della responsabilità: il nostro raggio di azione è spesso l’unico involucro del nostro agire etico e ciò che lascia questo spazio, come per magia, non ci preoccupa più, come se il mezzo di allontanamento diventasse una nuova fonte e non fossimo più noi la sorgente. Certo è più facile accorgersene quando il tubo che porta via l’acqua del lavandino è sostituito da una tanica che ad un certo punto devi svuotare in giardino. Perché se ti dimentichi di svuotarla rimani tu la sorgente e lei straripa sui tuoi piedi mentre lavi i piatti.

A Manchay succedono delle cose incredibili tutti i giorni; ogni giorno è una stagione forse perché le persone che qui non parlano molto si inventano modi diversi di comunicare, di esistere, di essere. Cosa avranno pensato la prima volta che, arrivando qui, hanno trovato tutta questa sabbia? Io cosa ho pensato? Forse ho solo visto 60.000 persone che vivono al ritmo giusto affinché la sabbia non si depositi troppo, ma che lo stesso entra nei polmoni e li fa un po’ più rumorosi.

Le malattie infantili con maggior incidenza a Manchay sono quelle respiratorie. Ogni tanto si scorge una ciminiera che prima non avevi visto dalla quale esce un bel fumo nero e ognuno ha la sua teoria su cosa possa essere. Hanno la propria teoria anche quelli che ci vivono accanto e quelli che ci lavorano dentro. Perché qui spesso accade che sia più facile formulare una teoria che ottenere una risposta. A Manchay può capitare che manchino le prime 39 pagine di un libro che la biblioteca ti presta e che il termine per la restituzione sia quando hai finito di leggerlo. Sarebbe sostenibile restituirlo con le prime 39 pagine, se il senso di responsabilità di chi le ha tolte non si fosse fermato all’istante dell’azione.

Le emozioni e i pensieri si stratificano anziché amalgamarsi e quindi succede che le scale delle priorità spesso si modificano, passando da una visione del tempo circolare ad una più schematica di una retta. I valori però no: quelli non si modificano, perché non variano a seconda del sistema di riferimento; sono delle costanti, dei numeri primi, dei termini assoluti.

A Manchay, per andare da Collanac al paradero diez ci sono circa due chilometri e mezzo. Non posso dire che sia l’unica strada, perché tre settimane fa ne hanno inaugurata un’altra di circa 500 metri, ma sicuramente posso dire che è la principale: la Panamericana di Manchay. Dal mercato alle giostre temporanee si susseguono due cunette, di quelle fatte per rallentare il traffico, un fosso, di quelli che nascono misteriosamente solo su un lato della strada e altre due cunette, più strette e più alte delle prime. Se è tardi o se sei stanco o se hai fretta puoi prendere una combi che per 50 centesimi di sol ti porta da Collanac al paradero o viceversa. Se sei stanco va bene, se è tardi relativamente anche, se hai fretta no. Perché la combi ti carica, parte, fa 15 metri e poi qualcuno le urla che ne è passata un’altra da poco e quindi lei rallenta, rallenta, rallenta, fino quasi a fermarsi, per un tempo che anch’esso non ha sistema di riferimento, se non quello di immaginarsi dove sarà la combi che è appena passata, quanti passeggeri avrà caricato e quanti nel frattempo se ne saranno già formati al bordo della strada. Da Collanac al paradero diez, quindi, possono essere 5 minuti o 20 minuti, ma i chilometri restano gli stessi e la strada non è occupata da altre macchine e la combi resta un po’in bilico sulla cunetta più alta, quella per rallentare il traffico e lasciare che i tricitaxi ti superino. Se invece la comunicazione non arriva, anche la cunetta viene saltata, nel senso che, con un agile slalom, l’autista esce dalla Panamericana di Manchay e fa 20 metri a lato, nella sabbia di Manchay, per poi rientrare in assetto, superata la cunetta. Del resto anche i tedeschi dovrebbero fare così, visto che le cunette le chiamano “vigili sdraiati”. Forse questa informazione linguistica è giunta fino qui un po’come i segreti e i rimedi che puliscono i polpastrelli.

Mi crescerà un fico d’india nei capelli adesso? O forse perché succeda gli dovrei cantare una nenia in Quechua?

Cami